sabato 22 marzo 2008

Rose Madder - Stephen King

Rose Daniels è una donna timida, introversa, sposata con un uomo che l’ha resa succube sin dal primo giorno di matrimonio picchiandola quotidianamente per i più futili motivi. Finché una mattina, fissando una minuscola gocciolina di sangue rappreso sul lenzuolo, Rosie trova la forza per dire basta: mentre suo marito è al lavoro, ruba la sua carta di credito e fugge il più lontano possibile da quella casa in cui ha vissuto quattordici anni di autentiche umiliazioni.

Purtroppo per lei però, Norman Daniels è un poliziotto pluridecorato, un detective stimato da tutti i suoi colleghi, un segugio dal fiuto infallibile: quando si rende conto della fuga della moglie si prende un periodo di ferie e si lancia deciso all’inseguimento, attraversando gli stati americani e lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue. Così, mentre suo marito è sulle sue tracce, Rosie riprende ad utilizzare il suo vero cognome e inizia a vivere una propria vita autonoma, sviluppa nuove conoscenze, stringe legami di amicizia e riassapora il gusto di sentirsi attraente come le accadeva quando era giovane e non aveva ancora conosciuto l’orrore.

Ma c’è un quadro, un quadro molto particolare che ha acquistato non appena messo piede nella sua nuova città, che la attrae e sembra chiamarla a sé evocandole in mente immagini, suoni e voci che paiono proprio volerle indicare qualcosa di preciso, metterla in guardia da un pericolo imminente.

Una nuova dimensione sconosciuta, l’incontro-scontro con un Norman che, accecato dal furore, ha completamente perso il lume della ragione, il lento cambiamento di personalità che attraversa la piccola Rose, nuovi e inquietanti personaggi che entrano in scena supportando l’uno o l’altra: un finale ricco di valenze simboliche, che suggestiona lasciando un po’ di amaro in bocca, che emoziona e allo stesso tempo immalinconisce.

Da non perdere.

L'Ombra Dello Scorpione - Stephen King

Cosa accadrebbe all’umanità se un virus letale sfuggisse ai rigidi controlli di una base militare americana e si diffondesse in pochissimo tempo su larga scala mondiale? È questo lo scenario che apre “L’ombra dello scorpione”, magistrale capolavoro del genio di Stephen King: “Captain Trips”, come lo chiamano i giornali, si presenta come un comunissimo raffreddore ma è aerobico e il suo tasso di mortalità è del 99%, ragion per cui sono ben pochi coloro che riescono a sopravvivere alla pandemia. Nel mondo è il caos più totale: scoppiano disordini incontrollabili, crollano stati e governi e cala il sipario sull’evoluzione scientifica dell’uomo. Tutti i calendari appesi alle pareti delle case si fermano all’anno zero della vecchia era.
Quando l’epidemia inizia a regredire, i pochi scampati all’ecatombe si dividono secondo coscienza organizzandosi in due società ben distinte, che inevitabilmente finiranno per contrastarsi tra di loro sullo sfondo di un apocalittico scontro tra bene e male, tra i residuati di buoni e cattivi sentimenti che pervadono ineluttabilmente l’anima di ogni essere umano. Da una parte c’è Dio, incarnatosi in un’anziana ultracentenaria dall’abbraccio caloroso e familiare che richiama a sé i suoi seguaci insinuandosi nei loro sogni; dall’altra c’è Flagg, l’uomo nero, un demonio che sin dall’alba dei tempi vaga peregrino sulla terra in attesa dell’epico scontro finale che la profezia del suo signore gli ha predetto. Uomini e donne si preparano dunque alla battaglia che deciderà le sorti del pianeta: non c’è più tempo per i ripensamenti né per recondite paure.

Nessuna banalità, assicurato. Nessuna immagine scontata, nessuno concetto già espresso. “L’ombra dello scorpione” è un’opera d’arte, una pietra miliare nell’affollatissima produzione letteraria del “Re”. Ed in linea con quanto appena detto è anche il finale della storia, che non disdegna di lasciare ombre minacciose sul futuro della razza umana. Insomma: se ancora non l’avete letto… beh, fatelo. Qualunque sia il vostro genere di romanzi preferito (escluso il rosa, ovviamente!) non mancherà di appassionarvi: Stephen King non è semplicemente uno “scrittore d’horror”.

Mostri - Dean Koontz

Dean Koontz è uno scrittore americano che ha raggiunto un discreto consenso di pubblico tra gli appassionati del “giallo-thriller”, un settore che vanta una letteratura oltremodo vasta e un coacervo di penne dal quale solo un ristretto numero d’eletti riesce ad emergere. Con “Mostri” l’autore nato in Pennsylvania conferma le sue indiscusse qualità narratorie, grazie alle quali la lettura del racconto scorre via in un arco di tempo sorprendentemente breve: il non dilungarsi troppo su inutili e noiose descrizioni e la freschezza dei dialoghi conferiscono alla prosa una chiarezza tale da permettere un’immediata comprensione del testo. Non originalissima appare invece l’idea base su cui si regge l’intero romanzo.

Travis è un uomo deluso dalla vita, che un giorno incontra qualcuno che riuscirà a sconvolgergli completamente l’esistenza: è Einstein, lo splendido golden-retriever conosciuto durante una solitaria passeggiata fra i boschi. Ma Einstein non è un cane qualunque, capisce le emozioni dell’uomo e arriva persino a stabilire un contatto con lui: la straordinarietà delle sue doti è tale da spingere Travis a cercare di comprendere le sue origini, di capire come sia stata possibile la genesi di una simile creatura. E il segreto a cui lentamente riesce ad accedere è sconcertante: Einstein altro non è che uno dei due involontari protagonisti di uno squallido esperimento militare volto a creare nuove micidiali armi in un contesto internazionale di aperta guerra-fredda, e come il suo alter-ego è scappato dalle gabbie in cui era sempre stato rinchiuso sin dal giorno della sua nascita. Mentre i servizi segreti americani si mettono sulle loro tracce, Travis scopre che le forze dell’ordine non sono l’unico pericolo che deve prepararsi ad affrontare: contro di loro c’è anche l’Outsider, l’altra metà dell’esperimento, una creatura informe e mostruosa che ha maturato nel corso degli anni un odio viscerale per il cane.

“Mostri” è un romanzo ben raccontato, ma nonostante le qualità narratorie dell’autore fallisce almeno in parte gli obbiettivi principali di ogni successo che si rispetti: non colpisce, non sorprende e soprattutto raramente emoziona, se non quando l’autore si sofferma sulla consapevolezza del mostro circa il proprio aspetto e sul ribrezzo che prova per sé stesso.

Lettura consigliata ad un pubblico ristretto agli appassionati del genere.

Mama's Boy - Charles King

Chiamarsi King e cimentarsi nella letteratura giallo-thriller è un po’ come giocare alla lotteria sapendo in anticipo quale sarà il numero vincente. È questo quello che deve aver pensato il matematico di Harvard Charles King, che nel ’92 pubblicò il suo primo (e unico) romanzo a tinte forti: “Mama’s boy”, la storia di un serial-killer che massacra diverse famiglie americane dopo averle spiate costantemente per mesi. Il guaio è che Evan Higlands, questo è il vero nome dell’assassino, non è uno sbandato qualsiasi che si affida semplicemente all’istinto e all’improvvisazione: ex agente della CIA con l’incarico di pedinare ed uccidere i terroristi, Higlands ha in dotazione apparecchi sofisticatissimi che gli permettono di ascoltare e filmare ogni cosa tenendosi sempre a debita distanza e rendendo di fatto quasi impossibile la sua cattura. E così la sua carriera omicida scorre liscia come l’olio (o come il sangue, se preferite) senza che nessuno si accorga nemmeno delle sue opere: egli infatti, dopo aver compiuto la strage, fa in modo che la colpa ricada sempre sul capo-famiglia, al quale fa scrivere una confessione firmata prima di freddarlo con un colpo di pistola.
Ma, come sempre accade, un giorno compie un errore che in seguito si rivelerà fatale: nel massacrare gli Harrow, nell’Illinois, non si accorge della presenza di un quinto membro della famiglia, un bimbetto di appena cinque anni proveniente dall’isola di Trinidad che i due coniugi hanno adottato da pochissimo tempo: Winston Churchill Harrow, che dopo aver assistito inerme all’ombra di un ripostiglio allo sterminio totale dei suoi nuovi cari si rinchiude in se stesso rifiutandosi completamente di parlare. Toccherà a Jack Harrow, lo zio poliziotto che vive a New York, prenderlo in consegna e tentare pazientemente di stabilire un contatto con il piccolo nella speranza di mettersi sulle tracce del killer. Che, nel frattempo, ha saputo del pericoloso testimone ed è deciso a metterlo a tacere per sempre…

Un romanzo dalla trama credibile e ben costruita, che si fa apprezzare per l’immediatezza con cui si visualizzano nella mente del lettore le immagini evocate durante lo scorrimento delle pagine. Ciò che invece lascia perplessi e che probabilmente all’epoca della pubblicazione ha negato all’autore le luci della ribalta è una generale assenza di spunti originali che permettano alla storia di distinguersi nell’inflazionatissimo settore in cui va ad inserirsi: il racconto è fluido ma troppo ordinario, le paranoie omicide di un serial-killer sono già state proposte in tutte le salse e in tutte le lingue e se non si aggiungono elementi nuovi si rischia senz’altro di cadere presto nel dimenticatoio.

In definitiva un buon libro da consigliare a tutti gli amanti del brivido, con l’avvertenza però di non attendersi nient’altro che qualche ora di piacevole lettura.

Serial Killer - Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi

Chi sono i serial-killer? Da dove vengono? E, soprattutto, perché uccidono?

Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi, rispettivamente scrittore “noir” ed esperto in psicologia criminale, provano a rispondere a queste domande nel libro a tinte forti “Serial Killer”, un oscuro viaggio attraverso i perversi labirinti della mente entro cui aleggiano i peggiori istinti dell’uomo.

Conoscerete Friederich Heinrich Karl Haarman, Fritz per gli amici, un simpatico macellaio che nell’immediato dopoguerra rivendeva la carne delle sue vittime lungo le strade di Hannover; oppure potrete imbattervi in Edmund Emil Kemper III, un omone grande e grosso amato dai suoi concittadini di Santa Cruz il cui hobby era quello di fare a pezzi le giovani ragazze che avevano la sfortuna di capitargli a tiro nel momento sbagliato. Assassini seriali, come pure Jeffrey Dahmer (il mostro di Milwaukee), Jack lo squartatore, Ted Bundy o gli italiani Donato Bilancia, Gianfranco Stevanin e Roberto Succo. Oppure Ed Gein, che strappava la pelle dalle sue vittime per farne tende e vestiti al cui macabro rituale si sono ispirati numerosissimi film, tra cui “Il silenzio degli innocenti”, “Psycho” e “Non aprite quella porta”. Nella maggior parte dei casi, trattasi di squilibrati affetti da disturbi psicologici e sessuali la cui infanzia è spesso caratterizzata da traumi che segnano per sempre la loro personalità: abusi, violenze, abbandono, insegnamenti troppo rigidi. Ma non solo: la moderna criminologia ha fatto passi da gigante in questa materia negli ultimi decenni, e sebbene non sia possibile allo stato attuale prevedere il potenziale omicida di un adolescente in modo da tentare di contenerlo, si è arrivati a definire una classificazione delle tipologie di assassini in base al loro modus operandi ( movente, scelta delle vittime, fase di adescamento, ecc). Tutto ciò permette oggi agli investigatori che lavorano ad un caso di avere un identikit piuttosto preciso del killer, attraverso il quale possono poi ricostruire le sue mosse e risalire fino alla sua identità. Tanto più che a quanto pare questo tipo di crimine sembra sia in aumento negli ultimi anni e specialmente nei paesi più industrializzati (Usa in testa), come fosse un effetto secondario del progresso. O forse, studiando i casi, abbiamo più semplicemente imparato a riconoscerli prima: il nobile Gilles De Rais già nel 1440 veniva arrestato e strangolato a morte per avere ucciso oltre 200 individui, e la sua pari rango Erzesébet Bàthory un centinaio d’anni dopo era confinata per tutta la vita in una stanza chiusa per aver assassinato tra le 100 e le 600 persone attraverso manifestazioni orgiastiche estreme.

Un libro adatto a lettori dallo stomaco forte, che inquieta e fa riflettere: non è un romanzo, lo psicopatico potrebbe davvero essere tra noi.

Più vicino di quanto immaginiamo.

La Lunga Marcia - Stephen King

Tra il 1977 e il 1984, il re dell’horror Stephen King ha pubblicato diversi romanzi sotto lo pseudonimo di Richard Bachman: “Ossessione”, “La lunga marcia”, “Uscita per l’inferno”, “L’uomo in fuga” e “L’occhio del male”. Dopo essere stato smascherato da uno zelante studente, il “Re” ha confessato di aver tentato questo esperimento per vedere se riusciva a crearsi un seguito di lettori anche lontano dalle luci dei riflettori che il nome di Stephen King porta inevitabilmente con sé.

In un’America senza né anima né libertà, un gruppo di cento giovani ragazzi si trova a partecipare ad una gara che è l’evento “sportivo” più importante e seguito del nuovo contesto sociale: la lunga marcia, una competizione estrema il cui regolamento è tanto semplice quanto implacabile.
Si tratta infatti di una camminata ad eliminazione lungo tutto lo stato del Maine che non prevede soste di nessun genere: chi si ferma o rallenta sotto i sei chilometri orari viene “congedato”, vale a dire che viene fucilato seduta stante dai soldati che seguono impassibili l’evolversi della gara. Una volta partiti non c’è nessuna possibilità di tirarsi indietro, non esistono scappatoie per chi avverte malori o cose del genere: l’unica possibilità di sopravvivenza è quella di andare avanti fino a che tutti gli altri concorrenti non siano stati eliminati, per potersi aggiudicare il Premio finale che consiste nella possibilità per il vincitore di vedere realizzato qualunque desiderio.
Tra i partecipanti si creano rapporti di rivalità ma anche di amicizia, si discute delle proprie motivazioni e nascono delle amicizie destinate fatalmente ad avere breve durata: la certezza della vittoria che pregna lo spirito di tutti i concorrenti viene via via messa a dura prova dall’evolversi degli eventi, e le prime eliminazioni infliggeranno un duro colpo allo stato d’animo di tutti gli iscritti che gradualmente cominceranno a guardare al Premio finale come a una lontana chimera maledicendo il giorno in cui hanno preso la decisione di partecipare a una gara così crudele e assurda.

“La lunga marcia” è un romanzo breve da leggere tutto d’un fiato, un’opera che ogni fedele lettore del “Re” non può non avere nella sua collezione: vigore narrativo ad altissimi livelli, suspance, sentimento e colpi di scena a ripetizione sono gli ingredienti di questo libro che conferma la capacità dell’autore di tenere vivo l’interesse del lettore sino all’ultima pagina. Ecco perché alla lunga lo pseudonimo di Richard Bachman non avrebbe potuto reggere l’impatto con il grande pubblico: prima o poi, lo stile inconfondibile della prosa avrebbe inevitabilmente insospettito qualunque affezionato “Kinghiano”.

It - Stephen King

Se chiedete a Stephen King, universalmente acclamato come re incontrastato del genere horror (anche se la definizione gli va un po’ stretta) quale sia il suo romanzo preferito tra le decine e decine di libri che ha scritto, egli vi risponderà senza rifletterci un solo istante: “It”, naturalmente. Perché It è un’opera monumentale (la più lunga ch’egli abbia scritto, se si eccettua la saga de “La torre nera”), perché coinvolge ed emoziona in ciascuna delle oltre mille pagine, ma soprattutto perché riporta alla memoria l’età generalmente più bella di ogni individuo, quella dell’adolescenza. Raccontare It in queste poche righe sarebbe impresa piuttosto ardua e ad onor del vero sminuirebbe non poco la magistrale prosa dell’autore: tant’è vero che la versione cinematografica, onesto tentativo di far conoscere al grande pubblico i fondamenti della storia narrata, ha raccolto ben poco in termini di consenso e diffusione, finendo per essere uno dei tanti falliti tentativi di proporre sul grande schermo ciò che esce dalla penna di King.

Il romanzo racconta di una lunga serie di delitti ed orrori che sconvolge a cadenza ciclica una modesta cittadina del Maine, Derry, che ogni ventisette anni circa e sin dagli albori della sua storia ripiomba in un incubo che scatena le peggiori paure dei suoi sventurati abitanti. È così anche nell’estate del 1958, quando un gruppo di sette dodicenni, emarginati dai propri coetanei, riesce a scoprire la fonte di questo cancro secolare, It, e lo affronta fin quasi a sconfiggerlo. Ma It non muore, si lecca le ferite e cova la sua vendetta dalle viscere della terra per quasi trent’anni, e quando torna a chieder loro una rivincita i bambini sono diventati adulti, si sono allontanati da Derry e hanno completamente dimenticato la propria adolescenza. Per sopravvivere dovranno ora tornare a pensare ed agire come facevano da bambini, quando niente è impossibile ed è lecito credere in tutto ciò che si vede. Perché le mille facce del male possono essere contrastate solo da un cuore forte e puro, il cuore di un adolescente.

Un’epopea che cavalca il tempo, un best-seller di uno degli scrittori più acclamati e letti degli ultimi vent’anni. Chapeau, mr. King.